Omero Ciai -
La RepubblicaChe l´eguaglianza (verso il basso) delle condizioni di vita fosse il suo vero nemico, Raul Castro l´aveva lasciato capire fin da quando, quasi due anni fa, alla fine di luglio del 2006, fu costretto dalle circostanze ad assumere la guida del socialismo cubano al posto del fratello.
Ora, nel suo discorso al Parlamento dopo i primi quattro mesi da presidente legittimo, lo ha detto con assoluta chiarezza: «
Non siamo tutti uguali e il sistema cubano deve cambiare». «
Socialismo - ha detto Raul -
significa giustizia sociale e eguaglianza, ma eguaglianza dei diritti non dei salari. La nostra eguaglianza è diventata una forma di sfruttamento: quella del bravo lavoratore da parte di quello che non lo è.» Nel mirino di Raul ci sono la grande quantità di servizi gratuiti o fortemente sussidiati (casa, telefono, luce, trasporti) che, a suo giudizio, frenano lo sviluppo e la produttività. «
I cittadini esigono servizi gratuiti ma concederli ha generato lassismo e una scarsissima voglia di lavorare nella nostra società». A Cuba, secondo Raul, «
si lavora poco, si lavora sempre di meno» e per aumentare la produttività «
c´è bisogno di un adeguato sistema di tasse e contributi» per sostenere i servizi gratuiti che, in parte, vanno anche eliminati o comunque ridotti. L´angoscia di Raul è la disastrosa situazione economica dell´isola che da molto tempo è costretta ad importare anche la maggioranza delle derrate alimentari che consuma. Così, la seconda parte del suo discorso ha toccato la questione del lavoro agricolo e delle campagne. «
Dobbiamo ritornare ai campi - ha detto -
bisogna lavorare la terra». Il 75% della popolazione cubana, ha osservato Raul, vive nelle aree urbane. Ma questo non vuole dire che l´altro 25% lavori la terra visto che il volume delle aree coltivate negli ultimi dieci anni s´è ridotto del 33 %. «
Chi seminerà i fagioli? Chi produrrà il necessario per garantire le spese in sicurezza sociale, educazione e salute? Non dobbiamo lasciare neppure un ettaro di terra incolto se vogliamo sopravvivere».
Dopo aver concesso alcune liberalizzazioni ed eliminato numerosi divieti, dall´acquisto dei telefoni cellulari all´uso (regolato) dei computer, Raul è costretto a concentrarsi su lavoro e salari per contenere la corruzione e riattivare, fin dove può, le forze produttive. Un compito titanico per chi conosce il modus vivendi delle imprese cubane.
Insieme alla nuova battaglia contro l´egualitarismo di massa, Raul ha preso di recente altre due decisioni. La prima dovrebbe avere qualche effetto sulla penuria dei trasporti interni, la seconda ridurrà il peso del debito statale. Tornano i taxi privati che erano stati eliminati una decina di anni fa a favore di cooperative statali da cui dipendevano tutti gli autisti di Cuba. E verrà innalzata di cinque anni l´età per avere diritto alla pensione. Per gli uomini si passa da 60 ai 65 anni, per le donne dai 55 ai 60 anni. Nonostante tutto però, la nuova leadership cubana (ma Raul insiste sul fatto che Fidel condivide tutte le nuove misure da lui prese) ha evitato finora di toccare le basi repressive del regime. Dalla libertà di stampa a quella di associazione politica, dalla possibilità di viaggiare liberamente dentro e fuori del paese all´accesso non regolato ad Internet. E qui risiede secondo l´opposizione il vero pericolo: è abbastanza inevitabile, per Raul o per chi lo seguirà, che il governo cubano cerchi un accordo, anche segreto, con la nuova amministrazione americana. Con chi sostituirà Bush alla Casa Bianca. E il timore è che un giorno non lontano gli Stati Uniti, per effetto di una realpolitik caraibica, possano approvare e sostenere questa via cinese disegnata da Raul: un capitalismo senza diritti umani né politici.
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Non siamo tutti uguali, è vero. E forse è giusto premiare chi lo merita.
Ma come creiamo davvero un'eguaglianza delle opportunità, senza far sì che la disparità dovuta al merito diventi disparità di status, di eredità, di opportunità?