28 giugno 2008
Centenario del Nacimiento de Salvador Allende
100 años de Allende, 100 años de Chile
26 giugno 2008
Il Labour si mette al'asta
Una partita a tennis con Blair.
Vosì il Labour evita il crack
Guido Santevecchi, Corriere della Sera
24 giugno 2008
Tranfaglia lascia il Pdci
Nel 2005 accettai l'ipotesi di una candidatura nel PDCI alle imminenti elezioni politiche sulla base di tre punti essenziali: la lotta al berlusconismo che era al governo da quattro anni e stava trasformando, ma in maniera negativa, l'Italia; l'alleanza di centro-sinistra guidata da Romano Prodi; la difesa della costituzione repubblicana aggredita dalla destra di governo.
23 giugno 2008
20 giugno 2008
Pse, Pd, Rose rosse
questione di sostanza e non solo di forma, perché si lega ed è sintomatica di un dibattito sull'identità e ideologia del Pd (al centro o a sinistra, laico o cattolico, progressista o no), scelga il Pse.Occorre, allora, partire "dal basso". Ed è quello che l'associazione Rose Rosse D'Europa si propone: costruire un socialismo europeo che viva e palpiti tra le persone, [...] consapevoli che la forza prima della politica sta nel suo impatto culturale e nella capacità di influenzare la società. Non serve un Pse sommatoria dei partiti nazionali, occorre un salto di qualità di grande portata che in primis le giovani generazioni sono chiamate a realizzare.
[...]
Oggi, l'associazione, che trova nel Pd il suo naturale punto di riferimento, guarda con estrema attenzione al dibattito in merito alla collocazione internazionale di quest'ultimo. Il Pd è infatti il partito che nasce per superare i confini asfittici ed angusti dell'attuale politica, allo scopo di rivitalizzare una democrazia in declino in Italia ed in Occidente in genere. Il Pd si presenta come un motore di innovazione e discontinuità su vasta scala, in quanto è una forza politica che vede la luce proprio per comprendere, gestire ed indirizzare un mondo completamente nuovo,diverso dal passato e con una formidabile velocità di trasformazione. Perciò il suo impegno in Europa risulta decisivo.
La mediazione che Veltroni pare aver raggiunto tra le varie anime interne dà segnali positivi, ma non del tutto chiari o chiarificati. Nonostante Rose Rosse creda nell'esigenza di una partecipazione integrale del Pd al Pse, quasi scontata e dovuta dopo le aperture di Lisbona, l'ipotesi di uno stretto patto federativo rappresenta comunque un passo in avanti. Ma ad una condizione: la transitorietà della scelta. E' certamente positivo far sedere i democratici insieme anche in Europa e farli accomodare accanto ai socialisti, ma la soluzione per ora definita non può essere soltanto un accordo fra parti per evitare la spaccatura. Il Pd non può rinunciare alle sue ragioni, non può e non deve rinunciare ad essere la locomotiva di un cambiamento concreto, il quale non riuscirà certo a prescindere da strumenti politici riconosciuti e credibili. Se i democratici si chiudessero nella mera ricerca degli equilibri intestini senza formulare un progetto politico alternativo e di ambiziosa portata per l'Europa contraddirebbero sé stessi. L'accordo per il momento trovato, allora, va bene se tiene dietro una prospettiva politica di senso e di lungo periodo: è un accordo accettabile solo se non si abbandona l'idea del radicamento, della trasformazione, dell'allargamento e dell'apertura delle forze socialiste al campo progressista e democratico.
[...]
19 giugno 2008
17 giugno 2008
Metti un garofano nel partito...
16 giugno 2008
Non solo Zapatero sul web
Dateci un'occhiata...
15 giugno 2008
12 giugno 2008
Che succede nel Piddì?
9 giugno 2008
Rifondazione: l'inchiesta-partito
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Il rapporto col territorio
Il rapporto con le istituzioni e i nostri rappresentanti istituzionali
Nell’analisi del questionario rispetto alla nostra presenza nelle istituzioni si riscontrano comunque alcune criticità. La prima: la questione di genere. Come si può vedere la presenza femminile nelle istituzioni è ancora più bassa della presenza femminile nel partito, già di per sé del tutto insoddisfacente.
Attraverso il questionario scopriamo anche che quasi la totalità tra chi è nelle istituzioni ricopre anche incarichi di partito. Una quota di compagne/i che nelle piccole realtà ricoprono allo stesso tempo incarichi politici e incarichi istituzionali è giusta e normale, ma questo dato, insieme a indicatori di scarso ricambio tra chi è nelle istituzioni, sono indicatori di situazioni critiche che vanno affrontate di petto.
Emerge quindi una situazione “caso per caso”, in cui si va dalla collaborazione fattiva alla lontananza/estraneità fino al conflitto. Le differenze sono talvolta legate al livello istituzionale dei rappresentanti (quelli regionali sono spesso più “lontani”, con meno momenti di confronti diretto) o alle caratteristiche politiche delle diverse situazioni (giunte più di sinistra o più centrista, nostro peso in giunta maggiore o minore). Ma al di là di queste differenze (di cui non siamo in grado di dare un quadro sistematico, data l’incompletezza delle informazioni in proposito), questo conferma il dato che sottolineavamo prima: la carenza di comunicazione tra centro e periferia fa sì che, non solo i compagni di base e i circoli ma anche i rappresentanti istituzionali, manchino di un orientamento omogeneo, elaborato attraverso il rapporto col “centro”, sui problemi che quotidianamente si trovano ad affrontare.
La enorme difficoltà di “fare rete” a livello istituzionale è data anche dall’assenza di un quadro di regole chiare e di supporto pratico nel partito sulle forme e le modalità di costruzione di un “partito partecipativo”, in cui gli eletti nelle istituzioni siano chiamati a un confronto e a una verifica continua e trasparente del loro operato, e a una “cessione di sovranità” nei confronti dei luoghi decisionali democratici del partito rispetto alle loro pratiche istituzionali.
Il funzionamento del partito
Ma l’implicazione più rilevante dei fenomeni emersi “dai territori” e dalle loro esperienze di lotta riguarda il modo di funzionare del partito.
In primo luogo: quel che abbiamo rilevato, e già sottolineato prima, spiega perché il partito non abbia “capitalizzato” le esperienze e gli elementi di radicamento nel territorio - non solo in termini di consenso elettorale ma in riferimento agli “spunti di inchiesta” che se ne potevano trarre e che potevano fornire utili elementi di conoscenza sugli orientamenti e sulle idee esistenti a livello di massa.
(A questo proposito, apriamo una parentesi: anni fa, i compagni del Veneto, nel quadro di un interessante discorso sulla “questione settentrionale”, proposero un’inchiesta sulla Lega Nord, sulla sua base elettorale e su quella militante, sulle forme del suo radicamento sociale, ecc. Però, quella inchiesta si realizzò solo in provincia di Cuneo - dove peraltro non è mai stata utilizzata politicamente ma ha dato luogo solo a un’accademica “pubblicazione”; a Brescia è partita, con primi risultati interessanti, ma si è arenata a metà strada; in Veneto non si è neanche provato ad avviarla).
Ma tutto questo si ripercuote anche su due elementi-chiave del modo di essere e di funzionare del partito: la democrazia interna e l’efficienza/efficacia.
In termini di democrazia interna, questo contribuisce a un crescente dualismo tra l’esperienza politica dei compagni e delle compagne, e l’elaborazione di una linea che prescinde da questa e che arriva dall’alto e (spesso) “dall’esterno” - dalle interviste sui giornali o dalla Tv.
Questo contribuisce anche alla cronica mancanza della funzione che, nelle aziende, è chiamata di “programmazione/controllo”, ma che è essenziale anche in un’organizzazione politica: si tratta cioè della definizione di obiettivi da realizzare (con i relativi tempi di realizzazione) accompagnata, poi, dalla verifica del grado di realizzazione o meno di tali obiettivi, cioè da un “bilancio dell’esperienza” che si è sviluppata attorno ad essi - per trarne utili indicazioni politiche.
La questione del lavoro
Le ricche indicazioni di esperienze sul territorio ci conducono - indirettamente - a esaminare una contraddizione emersa dalla nostra inchiesta: i problemi del lavoro, da un lato sono al primo posto nelle priorità di interessi degli intervistati (sono cioè la tematica a cui dicono di essere più interessati), ma non sono ai primi posti nelle loro aree di impegno nel partito e nelle iniziative dei circoli. Vuol dire che su questa tematica il riferimento politico principale è un altro - cioè, principalmente, il sindacato. Potrebbe sembrare un “dato fisiologico”, ma proprio qui cominciano i problemi.
Gli iscritti a sindacati autonomi di base sono una piccola minoranza, spesso in posizione fortemente polemica anche verso il partito. La grande maggioranza degli iscritti sindacalizzati (ma non tutti lo sono!) è iscritta alla Cgil: ma anche loro sono pesantemente critici verso le confederazioni in generale, e verso la stessa Cgil. Emerge dunque un problema, una contraddizione non risolta, che riflette anche una carenza di orientamento e di iniziativa. Di qui l’interrogativo: cos’ha fatto il partito sui problemi del lavoro e sulla questione del sindacato? non solo in termini di enunciazioni generali (che ci sono state, e in generale giuste), ma in termini di orientamento, di organizzazione e di iniziativa capillare. (Si veda in proposito l’esperienza dei circoli di luogo di lavoro: pochi, e spesso privi di iniziativa, perché questa viene demandata al sindacato o viene paralizzata dall’appartenenza degli iscritti a sindacati diversi).
La “questione di genere”
Partiamo da alcuni dati. La percentuale di donne iscritte è lievemente cresciuta negli ultimi anni, ma resta molto bassa. Analoghe considerazioni si possono fare per la loro partecipazione alla direzione dei circoli o alle istituzioni locali.
Di questo c’è una generica consapevolezza, più diffusa e precisa tra le donne, assai più variegata nei maschi, che vanno da una consistente percentuale di “genericamente consapevoli” a una percentuale probabilmente maggiore di “sostanzialmente estranei o indifferenti” fino a una minoranza di espliciti “maschilisti”.
Insomma, si intravede una “questione” di genere, ma non c’è coscienza adeguata della “contraddizione” di genere. Le donne, nel migliore dei casi, sono viste come il “soggetto passivo” di un meccanismo di discriminazione/esclusione che andrebbe superato; non come il soggetto attivo di una battaglia a partire dalla loro condizione - a cui il partito dovrebbe rispondere come ad altri “soggetti attivi” di lotte per la liberazione sociale.(L’inchiesta sui consultori - da poco avviata - sarà un interessante banco di prova per vedere se nel partito avrà spazio ed ascolto, o sarà sommersa da altri e più rituali dibattiti congressuali).
Il partito e la costruzione della sinistra
Come si può vedere più precisamente dai dati riportati in appendice, c’è una consistente minoranza di intervistati (oltre il 20%) su posizioni che abbiamo chiamato “identitarie”: identità più riferita al partito di Rifondazione che alla ideologia comunista in generale. Sono compagni che ritengono che Rifondazione sia autosufficiente, o che comunque sia il polo a cui gli altri debbono aggregarsi. All’opposto, c’è una minoranza, assai meno consistente, che vede nell’unità in tempi rapidi della sinistra l’unica via possibile. La grande maggioranza, però, è favorevole al processo unitario “a condizione che…”: le condizioni più frequentemente richiamate sono riferite alla linea (una chiara linea di classe, ecc.) e al metodo (che il tutto non si riduca a un’operazione di vertice).
Il problema è come tradurre in positivo e in concreto quella che sembra essere l’esigenza maggioritaria. Se il processo unitario è qualcosa che arriva “dall’alto e dall’esterno” (si tenga presente che questo “dall’alto e dall’esterno” ha già caratterizzato il modo di funzionare del nostro partito, come abbiamo detto prima), ai compagni e alle compagne non resta che guardare e “fischiare i falli” (con rischi che ciò porti in vari casi a chiusure settarie). L’altra via è quella che riparte dai territori e dall’iniziativa nel sociale come terreno di costruzione e di verifica della sinistra che si vuol costruire; in tal caso le possibilità dei compagni di far pesare le proprie esigenze e i popri modi di vedere il processo unitario sono maggiori.
Vale la pena di ricordare - da questo punto di vista - come si sia arenata l’idea, che pure era giustissima, della Sinistra Europea, che si è tradotta in convegni, seminari, senza incidere nel lavoro concreto del partito (come mostrano gli stessi risultati della nostra inchiesta) - e oggi rischia di essere solo una semplice etichetta.
[...]
Senza una conclusione, ma con una proposta.
L’inchiesta, lo si è detto in ogni forma, non è una indicazione di linea politica, né tantomeno una mozione congressuale. E’ però una base di discussione reale e non basata su assunti indimostrabili, che speriamo possa essere un contributo utile ad affrontare un congresso che non sarà controproducente solo a patto di essere una discussione vera tra le compagne e i compagni e non un referendum imposto dall’alto su chi dovrà guidare il partito nei prossimi difficili anni, lasciando fuori tutti gli altri.
Oggi è necessario partire da una consapevolezza dura e senza sconti di quanto non ha funzionato nel Prc fino ad oggi. Ma dall’inchiesta emergono anche potenzialità che riempiono di significato quel “ripartire dai territori” che senza una conoscenza di questi ultimi rischierebbe di essere solo uno slogan.
Per questo un ultimo spunto di riflessione “positivo” riguarda ancora il tema del territorio e dei movimenti. Quanti nel questionario dichiarano di fare parte di reti di movimento nel territorio dichiarano di essere più attivi rispetto agli altri nel partito, e questo dato si conferma anche rispetto all’aumento dell’attivismo, riscontrato più frequentemente in questa categoria. Non solo: appare chiaro che quanti sono su un territorio dove è attiva una qualche forma di rete di movimento si dichiarano generalmente più favorevoli a processi unitari a sinistra (alle condizioni già viste). Ai compagni e alle compagne la responsabilità di indicare cosa questo ci può dire su come oggi ripartire da Rifondazione comunista per costruire la sinistra.
Per evitare che tutte le cose dette rimangano “discorsi”, ci impegniamo ad attivare, già prima del congresso, quella “rete di comunicazione” tra le varie esperienze di lotta sul territorio e tra queste e il “centro” del partito, di cui abbiamo parlato. Un sito dove le esperienze possano dialogare tra loro e dove (si spera) si avvii anche un dialogo tra centro e periferia del partito.Ma, se non vogliamo che questo diventi un ghetto, è necessario che la politica organizzativa del partito faccia riferimento a queste esperienze: quindi, che la rete di comunicazione che intendiamo avviare non sia solo una “attività del dipartimento inchiesta”, ma sia a pieno titolo una dimensione essenziale dell’area organizzazione del partito.
7 giugno 2008
5 giugno 2008
Il sindacato di classe è tramontato?
Se i partiti della Sinistra "radicale" sono in fibrillazione per i propri congressi, anche la CGIL non scherza. Sarà, prevedibilmente, scontro tra Epifani e Rinaldini.





