28 giugno 2008

Centenario del Nacimiento de Salvador Allende

Non lo sapevo, ma proprio l'altro giorno ricorrevano i 100 anni dalla nascita di Salvador Allende.

100 años de Allende, 100 años de Chile

26 giugno 2008

Il Labour si mette al'asta

Bè, speriamo di non ridurci così...

Una partita a tennis con Blair.
Vosì il Labour evita il crack
Guido Santevecchi, Corriere della Sera

La macchina dei partiti per muoversi oltre che di ideali ha bisogno di soldi. Molti soldi. Al Labour, per esempio, servono 24 milioni di sterline entro poche settimane: o li trova o va in bancarotta, con il rischio per Gordon Brown e il resto dei membri del comitato esecutivo di dover pagare di persona o vedersi pignorare i beni personali. Così gli strateghi di Downing Street hanno deciso di mettere all'asta incontri ravvicinati con le celebrities laburiste: una partita di tennis con Tony Blair, un pranzo con il grande allenatore di calcio Sir Alex Ferguson, anche un tè con l'italiana Nancy Dell'Olio, eterna fidanzata di Sven-Göran Eriksson.La grande asta è fissata per la sera del 10 luglio, quando allo stadio di Wembley il partito terrà la cena annuale sotto il titolo Celebrating the future of sport. In gioco c'è il futuro del laburismo britannico, che nei sondaggi elettorali viene dato per strabattuto dai conservatori (20 punti di ritardo) ed è stato abbandonato dai ricchi finanzieri della City e dai capitalisti che erano accorsi sotto le bandiere del blairismo. Nel primo quadrimestre di quest'anno si sono fatti avanti solo 17 donatori con offerte superiori alle mille sterline (1.300 euro), mentre le casse dei Tory sono piene di denaro ed entusiasmo. [...]

24 giugno 2008

Tranfaglia lascia il Pdci

Nicola Tranfaglia, con una lettera all'Unità, di cui da alcuni anni era collaboratore, spiega le ragioni che lo hanno portato a lasciare il Pdci. La lettera si trova anche sul suo blog, www.nicolatranfaglia.com

Alcuni stralci...

Nel 2005 accettai l'ipotesi di una candidatura nel PDCI alle imminenti elezioni politiche sulla base di tre punti essenziali: la lotta al berlusconismo che era al governo da quattro anni e stava trasformando, ma in maniera negativa, l'Italia; l'alleanza di centro-sinistra guidata da Romano Prodi; la difesa della costituzione repubblicana aggredita dalla destra di governo.
[....]
Dopo le elezioni, il partito dei comunisti italiani ha fatto una scelta strategica che non mi trova affatto d'accordo: puntare sull'unità dei comunisti piuttosto che su un nuovo progetto di costruzione della sinistra unita. Di qui pericoli di settarismo e di isolamento piuttosto che sforzi fecondi per aprirsi alla società e alle altre forze di opposizione, a cominciare dal Partito democratico e dall'Italia dei Valori.
[...]
Non solo comunisti (o presunti tali) ma liberali e democratici, socialisti e radicali, tutti quelli che vogliono difendere la costituzione repubblicana e lo stato di diritto di fronte alla concezione patrimoniale e personalistica della politica che è propria non solo del cavaliere di Arcore ma di tanti protagonisti della politica attuale, soprattutto a destra. Spesso a sinistra si dice che nessuno è contrario a larghe alleanze ma di fatto queste non si fanno perché la borghesia parassitaria come quella produttiva nel nostro paese si ritrova tutta intorno a Berlusconi e al suo partito. Mi pare che si tratti di una diagnosi semplicistica e poco realistica: negli ultimi quindici anni le cose non sono andate sempre così e la sinistra ha commesso errori assai gravi che hanno provocato in più occasioni la riscoperta e il ritorno di Berlusconi, quando era già in difficoltà anche nella sua coalizione.

23 giugno 2008

Bella Ciao e Coca Cola

Una segnalazione dal sito dei Comunisti italiani...




20 giugno 2008

Pse, Pd, Rose rosse

L'associazione "Rose Rosse" promuove un appello perché il Partito democratico, nel suo annoso dibattito sulla "collocazione europea", che poi è questione di sostanza e non solo di forma, perché si lega ed è sintomatica di un dibattito sull'identità e ideologia del Pd (al centro o a sinistra, laico o cattolico, progressista o no), scelga il Pse.



Per pensare ed edificare un'Europa diversa bisogna pensare a partiti diversi, perché, fino a prova contraria, sono questi il fulcro centrale su cui lo sviluppo della democrazia fa leva.
Occorre, allora, partire "dal basso". Ed è quello che l'associazione Rose Rosse D'Europa si propone: costruire un socialismo europeo che viva e palpiti tra le persone, [...] consapevoli che la forza prima della politica sta nel suo impatto culturale e nella capacità di influenzare la società. Non serve un Pse sommatoria dei partiti nazionali, occorre un salto di qualità di grande portata che in primis le giovani generazioni sono chiamate a realizzare.
[...]
Oggi, l'associazione, che trova nel Pd il suo naturale punto di riferimento, guarda con estrema attenzione al dibattito in merito alla collocazione internazionale di quest'ultimo. Il Pd è infatti il partito che nasce per superare i confini asfittici ed angusti dell'attuale politica, allo scopo di rivitalizzare una democrazia in declino in Italia ed in Occidente in genere. Il Pd si presenta come un motore di innovazione e discontinuità su vasta scala, in quanto è una forza politica che vede la luce proprio per comprendere, gestire ed indirizzare un mondo completamente nuovo,diverso dal passato e con una formidabile velocità di trasformazione. Perciò il suo impegno in Europa risulta decisivo.
La mediazione che Veltroni pare aver raggiunto tra le varie anime interne dà segnali positivi, ma non del tutto chiari o chiarificati. Nonostante Rose Rosse creda nell'esigenza di una partecipazione integrale del Pd al Pse, quasi scontata e dovuta dopo le aperture di Lisbona, l'ipotesi di uno stretto patto federativo rappresenta comunque un passo in avanti. Ma ad una condizione: la transitorietà della scelta. E' certamente positivo far sedere i democratici insieme anche in Europa e farli accomodare accanto ai socialisti, ma la soluzione per ora definita non può essere soltanto un accordo fra parti per evitare la spaccatura. Il Pd non può rinunciare alle sue ragioni, non può e non deve rinunciare ad essere la locomotiva di un cambiamento concreto, il quale non riuscirà certo a prescindere da strumenti politici riconosciuti e credibili. Se i democratici si chiudessero nella mera ricerca degli equilibri intestini senza formulare un progetto politico alternativo e di ambiziosa portata per l'Europa contraddirebbero sé stessi. L'accordo per il momento trovato, allora, va bene se tiene dietro una prospettiva politica di senso e di lungo periodo: è un accordo accettabile solo se non si abbandona l'idea del radicamento, della trasformazione, dell'allargamento e dell'apertura delle forze socialiste al campo progressista e democratico.
[...]
Rose Rosse d'Europa

19 giugno 2008

Senza ideologie?

Vi segnalo quest'articolo comparso sul sito LeftisRight.it:

di Nadia Urbinati

LA STRISCIA ROSSA

17 giugno 2008

Metti un garofano nel partito...

Nel Partito Socialista, incredibile ma vero, c'è nostalgia per il simbolo del Garofano.

Bobo Craxi e De Michelis (sì sì fino a un mese fa si azzuffavano, ora vanno di nuovo d'amore e d'accordo), alla vigilia del congresso socialista di Montecatini del 4-5 luglio, propongono il ritorno al simbolo del garofano e alla denominazione "Partito Socialista Italiano - PSI".

Staremo a vedere.

NB - Bobo Craxi ha detto che la politica si misura in ere, e qui invece si tratterebbe di tornare indietro solo di qualche anno. Bè... io suggerirei il simbolo della clava: molto più pittoresco!

PS - non tutti hanno gradito: leggi qui

16 giugno 2008

Non solo Zapatero sul web

Il Partito Socialista, per quanto vacillante (perlomeno per ragionu numeriche ovvie: lo 0,9% non è una base elettorale credibile per ricostruire la sinistra riformista) si distingue per una buona capacità di impiego del web.

Mi piace segnalarvi:
il socialismo sul web

Dateci un'occhiata...

15 giugno 2008

Piove...governo ladro.

12 giugno 2008

Che succede nel Piddì?

Delle varie "macedonie rosse" che affollano questo blog, ce n'è una (per la verità più verde, se non bianca, che rossa) che ultimamente ha qualche problema più delle altre.
Oh bè, certo, perlomeno il Piddì è ancora in Parlamento. Ma a fare che?
In attesa che qualcuno sia così gentile da svelarci l'arcano mistero (niente paura, Fioroni dice che "stiamo scoprendo un nuovo modo di fare opposizione"... cioè non farla?), vediamo di capirci qualcosa di più.
Nel suo ultimo numero Famiglia Cristiana attacca il Piddì (qui e qui) e in particolare i cattolici che vi hanno trovato casa. Parla di deriva socialdemocratica (la socialdemocrazia è una deriva? va ben che lo diceva anche Togliatti, però...), usa toni sprezzanti e offensivi verso i Radicali, dice che i cattolici sono stati gli unici a levarsi contro il reato d'immigrazione clandestina (levarsi? ma se l'udc si è astenuta, il Pdl ha tutto votato a favore e gli unici a votare contro in Senato sono stati appunto Pd e Idv!!!) e ulteriori amenità.
Ma una cattolica democratica come Maria Pia Garavaglia chiarisce dove forse voleva arrivare il settimanale cattolico "a meno che non si abbiano altre mire": ovvero, a meno che la stampa cattolica non voglia affondare il Pd.
Obiettivo di ruiniana memoria, del resto.
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E poi ci sarebbe la questione della collocazione europea del Pd. Che più se ne parla e meno ci si capisce qualcosa.
Prima doveva essere "un riferimento e una collaborazione con il Pse" (mozione Fassino), poi è divenuto semplicemente il campo "riformista", poi si è detto che il Pd avrebbe esportato in Europa il suo modello, poi il Pd ha perso e non esportiamo più nulla, a parte la monnezza napoletana e le figuracce della nazionale. Poi castagnetti ha fatto sapere che non sarebbe morto socialdemocratico. E Rutelli ha deciso che un mese di silenzio stampa bastavo ed è tornato a dire anche lui che era meglio il Pde che il Pse.
Poi Schulz ha detto che o il Pd diventa socialista o ciccia.
Poi Rasmussen (Pse) ha detto che il pse potrebbe diventare Psde.
Poi D'Alema ha detto che il pd dve essere nel Pse o ciccia.
Poi non c'abbiamo più capito nulla, finché Veltroni ha deciso che il Pd sarà socialista, ma anche democratico, ma anche ambientalista, ma anche liberale.
Seriamente: gli sviluppi sulla situazione vengono in particolare dall'attivissimo fronte del Pse, che più che basarsi sulle uscite di D'Alema, si basano sulla partecipazione di Veltroni a ben due iniziative del Pse in breve tempo (a Berlino e a Napoli), mentre sul fronte Pse emergono consistenti aperture verso una partecipazione federata del Pd al gruppo nel Parlamento europeo.

9 giugno 2008

Rifondazione: l'inchiesta-partito

Lo sforzo di PRC di capire la società e capire se stessa è sempre ammirabile e portato avanti con grande impegno.
Certo, gli strumenti e i modi di analisi non sempre adeguati, le conclusioni non sempre logiche. Ma anche in queste settimane post-sconfitta elettorale, PRC si è sforzata di procedere nella comprensioen sia dello scarso radicamento sociale, con pregevoli iniziative in specie al Nord, sia nella comprensione della situazione della propria struttura, base sociale, legame con gli elettori.

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Ne è un esempio la seguente Inchiesta sul partito 2006-2008, che ho trovato sul blog di Kristian Franzil e su Rifondazione in Movimento:

Il rapporto col territorio
Oggi, dopo la sconfitta elettorale, tutti nel partito concordano (giustamente) sulla necessità di “ripartire dal territorio”.
Ma, come mostra l’inchiesta, noi nel territorio c’eravamo già, in misura notevole anche se certo non sufficiente. Il problema è se e come questo radicamento - e le esperienze che l’hanno caratterizzato - è stato utilizzato dal partito nell’elaborazione della sua linea e della sua pratica politica.
Infatti, da ambedue le fasi dell’inchiesta sul partito (quella rivolta ai “quadri” e quella rivolta più in generale ai militanti) emerge un ricchissimo tessuto di lotte sociali, a partire dal territorio, dove le strutture di base del partito sono state coinvolte: lotte sul problema dei rifiuti e del loro smaltimento, su problemi urbanistici e di viabilità, sulla casa, sui servizi sociali, ma anche iniziative come luoghi di incontro per e con gli immigrati, ecc. In queste lotte, il partito c’è, con le sue strutture di base, e non è mai “da solo”, ma le conduce insieme ad altre forze, con “pezzi” di movimento o della sinistra “politica”, con pezzi di sindacato, con aggregazioni locali spontanee, ecc.
Ma queste esperienze vivono “ciascuna per conto suo”, senza un adeguato collegamento né “orizzontale” (con altre esperienze simili) né “verticale” (dalle esperienze alla direzione politica del partito e viceversa).
Questo ha conseguenze negative, sia in termini di rapporti di forza (più lotte collegate sono più forti di una singola lotta isolata) sia in termini di omogeneità politica (raccogliere le ribellioni contro discariche e inceneritori è giusto, ma va inquadrato in una risposta adeguata al problema dello smaltimento dei rifiuti).
Anche per questo, la più importante “indicazione operativa” che abbiamo tratto dall’inchiesta è la costruzione di una rete di comunicazione - un “network” informatico - tra le diverse esperienze e tra queste e il “centro” del partito, in modo da realizzare quel rapporto politico che finora è stato carente.
Una rete che sia al tempo stesso un “archivio” delle esperienze: non a puri scopi documentari, ma per poterne periodicamente fare un bilancio, e trarne indicazioni politiche, a partire da ciò che ha funzionato e ciò che non ha funzionato.Questo - che è uno dei problemi centrali emersi dall’inchiesta sul partito - si intreccia in modo molto stretto con altri livelli di problemi.


Il rapporto con le istituzioni e i nostri rappresentanti istituzionali
Sia chiaro: dalla nostra inchiesta (e in particolare dai riferimenti alle esperienze di lotta sul territorio) non emerge un prevalente giudizio negativo sull’azione dei nostri rappresentanti istituzionali (ci riferiamo qui, ovviamente, a quelli “locali”, dal comune alla regione) - anche se critiche più esplicite ed articolate emergono dai “focus groups” regionali.
Nell’analisi del questionario rispetto alla nostra presenza nelle istituzioni si riscontrano comunque alcune criticità. La prima: la questione di genere. Come si può vedere la presenza femminile nelle istituzioni è ancora più bassa della presenza femminile nel partito, già di per sé del tutto insoddisfacente.
Attraverso il questionario scopriamo anche che quasi la totalità tra chi è nelle istituzioni ricopre anche incarichi di partito. Una quota di compagne/i che nelle piccole realtà ricoprono allo stesso tempo incarichi politici e incarichi istituzionali è giusta e normale, ma questo dato, insieme a indicatori di scarso ricambio tra chi è nelle istituzioni, sono indicatori di situazioni critiche che vanno affrontate di petto.
Emerge quindi una situazione “caso per caso”, in cui si va dalla collaborazione fattiva alla lontananza/estraneità fino al conflitto. Le differenze sono talvolta legate al livello istituzionale dei rappresentanti (quelli regionali sono spesso più “lontani”, con meno momenti di confronti diretto) o alle caratteristiche politiche delle diverse situazioni (giunte più di sinistra o più centrista, nostro peso in giunta maggiore o minore). Ma al di là di queste differenze (di cui non siamo in grado di dare un quadro sistematico, data l’incompletezza delle informazioni in proposito), questo conferma il dato che sottolineavamo prima: la carenza di comunicazione tra centro e periferia fa sì che, non solo i compagni di base e i circoli ma anche i rappresentanti istituzionali, manchino di un orientamento omogeneo, elaborato attraverso il rapporto col “centro”, sui problemi che quotidianamente si trovano ad affrontare.
La enorme difficoltà di “fare rete” a livello istituzionale è data anche dall’assenza di un quadro di regole chiare e di supporto pratico nel partito sulle forme e le modalità di costruzione di un “partito partecipativo”, in cui gli eletti nelle istituzioni siano chiamati a un confronto e a una verifica continua e trasparente del loro operato, e a una “cessione di sovranità” nei confronti dei luoghi decisionali democratici del partito rispetto alle loro pratiche istituzionali.


Il funzionamento del partito
Ma l’implicazione più rilevante dei fenomeni emersi “dai territori” e dalle loro esperienze di lotta riguarda il modo di funzionare del partito.
In primo luogo: quel che abbiamo rilevato, e già sottolineato prima, spiega perché il partito non abbia “capitalizzato” le esperienze e gli elementi di radicamento nel territorio - non solo in termini di consenso elettorale ma in riferimento agli “spunti di inchiesta” che se ne potevano trarre e che potevano fornire utili elementi di conoscenza sugli orientamenti e sulle idee esistenti a livello di massa.
(A questo proposito, apriamo una parentesi: anni fa, i compagni del Veneto, nel quadro di un interessante discorso sulla “questione settentrionale”, proposero un’inchiesta sulla Lega Nord, sulla sua base elettorale e su quella militante, sulle forme del suo radicamento sociale, ecc. Però, quella inchiesta si realizzò solo in provincia di Cuneo - dove peraltro non è mai stata utilizzata politicamente ma ha dato luogo solo a un’accademica “pubblicazione”; a Brescia è partita, con primi risultati interessanti, ma si è arenata a metà strada; in Veneto non si è neanche provato ad avviarla).
Ma tutto questo si ripercuote anche su due elementi-chiave del modo di essere e di funzionare del partito: la democrazia interna e l’efficienza/efficacia.
In termini di democrazia interna, questo contribuisce a un crescente dualismo tra l’esperienza politica dei compagni e delle compagne, e l’elaborazione di una linea che prescinde da questa e che arriva dall’alto e (spesso) “dall’esterno” - dalle interviste sui giornali o dalla Tv.
Questo contribuisce anche alla cronica mancanza della funzione che, nelle aziende, è chiamata di “programmazione/controllo”, ma che è essenziale anche in un’organizzazione politica: si tratta cioè della definizione di obiettivi da realizzare (con i relativi tempi di realizzazione) accompagnata, poi, dalla verifica del grado di realizzazione o meno di tali obiettivi, cioè da un “bilancio dell’esperienza” che si è sviluppata attorno ad essi - per trarne utili indicazioni politiche.


La questione del lavoro
Le ricche indicazioni di esperienze sul territorio ci conducono - indirettamente - a esaminare una contraddizione emersa dalla nostra inchiesta: i problemi del lavoro, da un lato sono al primo posto nelle priorità di interessi degli intervistati (sono cioè la tematica a cui dicono di essere più interessati), ma non sono ai primi posti nelle loro aree di impegno nel partito e nelle iniziative dei circoli. Vuol dire che su questa tematica il riferimento politico principale è un altro - cioè, principalmente, il sindacato. Potrebbe sembrare un “dato fisiologico”, ma proprio qui cominciano i problemi.
Gli iscritti a sindacati autonomi di base sono una piccola minoranza, spesso in posizione fortemente polemica anche verso il partito. La grande maggioranza degli iscritti sindacalizzati (ma non tutti lo sono!) è iscritta alla Cgil: ma anche loro sono pesantemente critici verso le confederazioni in generale, e verso la stessa Cgil. Emerge dunque un problema, una contraddizione non risolta, che riflette anche una carenza di orientamento e di iniziativa. Di qui l’interrogativo: cos’ha fatto il partito sui problemi del lavoro e sulla questione del sindacato? non solo in termini di enunciazioni generali (che ci sono state, e in generale giuste), ma in termini di orientamento, di organizzazione e di iniziativa capillare. (Si veda in proposito l’esperienza dei circoli di luogo di lavoro: pochi, e spesso privi di iniziativa, perché questa viene demandata al sindacato o viene paralizzata dall’appartenenza degli iscritti a sindacati diversi).


La “questione di genere”
Partiamo da alcuni dati. La percentuale di donne iscritte è lievemente cresciuta negli ultimi anni, ma resta molto bassa. Analoghe considerazioni si possono fare per la loro partecipazione alla direzione dei circoli o alle istituzioni locali.
Di questo c’è una generica consapevolezza, più diffusa e precisa tra le donne, assai più variegata nei maschi, che vanno da una consistente percentuale di “genericamente consapevoli” a una percentuale probabilmente maggiore di “sostanzialmente estranei o indifferenti” fino a una minoranza di espliciti “maschilisti”.
Insomma, si intravede una “questione” di genere, ma non c’è coscienza adeguata della “contraddizione” di genere. Le donne, nel migliore dei casi, sono viste come il “soggetto passivo” di un meccanismo di discriminazione/esclusione che andrebbe superato; non come il soggetto attivo di una battaglia a partire dalla loro condizione - a cui il partito dovrebbe rispondere come ad altri “soggetti attivi” di lotte per la liberazione sociale.(L’inchiesta sui consultori - da poco avviata - sarà un interessante banco di prova per vedere se nel partito avrà spazio ed ascolto, o sarà sommersa da altri e più rituali dibattiti congressuali).


Il partito e la costruzione della sinistra
Come si può vedere più precisamente dai dati riportati in appendice, c’è una consistente minoranza di intervistati (oltre il 20%) su posizioni che abbiamo chiamato “identitarie”: identità più riferita al partito di Rifondazione che alla ideologia comunista in generale. Sono compagni che ritengono che Rifondazione sia autosufficiente, o che comunque sia il polo a cui gli altri debbono aggregarsi. All’opposto, c’è una minoranza, assai meno consistente, che vede nell’unità in tempi rapidi della sinistra l’unica via possibile. La grande maggioranza, però, è favorevole al processo unitario “
a condizione che…”: le condizioni più frequentemente richiamate sono riferite alla linea (una chiara linea di classe, ecc.) e al metodo (che il tutto non si riduca a un’operazione di vertice).
Il problema è come tradurre in positivo e in concreto quella che sembra essere l’esigenza maggioritaria. Se il processo unitario è qualcosa che arriva “dall’alto e dall’esterno” (si tenga presente che questo “dall’alto e dall’esterno” ha già caratterizzato il modo di funzionare del nostro partito, come abbiamo detto prima), ai compagni e alle compagne non resta che guardare e “fischiare i falli” (con rischi che ciò porti in vari casi a chiusure settarie). L’altra via è quella che riparte dai territori e dall’iniziativa nel sociale come terreno di costruzione e di verifica della sinistra che si vuol costruire; in tal caso le possibilità dei compagni di far pesare le proprie esigenze e i popri modi di vedere il processo unitario sono maggiori.
Vale la pena di ricordare - da questo punto di vista - come si sia arenata l’idea, che pure era giustissima, della Sinistra Europea, che si è tradotta in convegni, seminari, senza incidere nel lavoro concreto del partito (come mostrano gli stessi risultati della nostra inchiesta) - e oggi rischia di essere solo una semplice etichetta.


[...]
Senza una conclusione, ma con una proposta.
L’inchiesta, lo si è detto in ogni forma, non è una indicazione di linea politica, né tantomeno una mozione congressuale. E’ però una base di discussione reale e non basata su assunti indimostrabili, che speriamo possa essere un contributo utile ad affrontare un congresso che non sarà controproducente solo a patto di essere una discussione vera tra le compagne e i compagni e non un referendum imposto dall’alto su chi dovrà guidare il partito nei prossimi difficili anni, lasciando fuori tutti gli altri.
Oggi è necessario partire da una consapevolezza dura e senza sconti di quanto non ha funzionato nel Prc fino ad oggi. Ma dall’inchiesta emergono anche potenzialità che riempiono di significato quel “ripartire dai territori” che senza una conoscenza di questi ultimi rischierebbe di essere solo uno slogan.
Per questo un ultimo spunto di riflessione “positivo” riguarda ancora il tema del territorio e dei movimenti. Quanti nel questionario dichiarano di fare parte di reti di movimento nel territorio dichiarano di essere più attivi rispetto agli altri nel partito, e questo dato si conferma anche rispetto all’aumento dell’attivismo, riscontrato più frequentemente in questa categoria. Non solo: appare chiaro che quanti sono su un territorio dove è attiva una qualche forma di rete di movimento si dichiarano generalmente più favorevoli a processi unitari a sinistra (alle condizioni già viste). Ai compagni e alle compagne la responsabilità di indicare cosa questo ci può dire su come oggi ripartire da Rifondazione comunista per costruire la sinistra.
Per evitare che tutte le cose dette rimangano “discorsi”, ci impegniamo ad attivare, già prima del congresso, quella “rete di comunicazione” tra le varie esperienze di lotta sul territorio e tra queste e il “centro” del partito, di cui abbiamo parlato. Un sito dove le esperienze possano dialogare tra loro e dove (si spera) si avvii anche un dialogo tra centro e periferia del partito.Ma, se non vogliamo che questo diventi un ghetto, è necessario che la politica organizzativa del partito faccia riferimento a queste esperienze: quindi, che la rete di comunicazione che intendiamo avviare non sia solo una “attività del dipartimento inchiesta”, ma sia a pieno titolo una dimensione essenziale dell’area organizzazione del partito.

Il dipartimento Inchiesta Prc-Se

7 giugno 2008

OBAMA FOR PRESIDENT?

5 giugno 2008

Il sindacato di classe è tramontato?

Se i partiti della Sinistra "radicale" sono in fibrillazione per i propri congressi, anche la CGIL non scherza. Sarà, prevedibilmente, scontro tra Epifani e Rinaldini.

Tuttavia, forse il dibattito apertosi nella CGIL (anche se, a dire il vero, un dibattito spesso soffocato dai vertici), è di grande rilevanza, tocca aspetti che sono il cuore della questione operaia nel nostro paese e, di riflesso, sono specchio di trasformazioni sociali ed economiche molto profonde avvenute negli ultimi 20 anni.

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Diamo uno sguardo a quest'articolo comparso sul sito di Rifondazione (alcuni stralci):

«Non si può giocare in difesa, è inutile chiudersi in una casamatta quando hai davanti un quadro difficile come quello di oggi, bisogna rischiare, non stare fermi».Era quasi inevitabile che la Conferenza d'organizzazione della Cgil si trasformasse in un congresso in sedicesimo. E il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, nelle conclusioni non si è sottratto certo al clima. Se da una parte ha replicato quasi punto per punto agli attacchi del segretario generale della Fiom Gianni Rinaldini, dall'altro ha riproposto la chiave della sua strategia, ovvero che Confindustria e Governo non sono così impenetrabili come sembrano e quindi vale la pena tentare di portare a casa un risultato utile per il sindacato. Sembra proprio che il disastro della "concertazione-uno" non abbia insegnato nulla. Secondo Epifani, oggi non c'è più il conflitto capitale/lavoro a caratterizzare l'orizzonte dei rapporti sociali e politici. «Le contraddizioni riguardano anche le imprese al loro interno e i rapporti tra lavoratori». E' vano pensare, quindi, che si possa costruire un argine all'offensiva delle imprese sul contratto nazionale.«E' tramontato quel modello di sindacato novecentesco. Ora c'è bisogno di un sindacato coevo alle grandi modifiche che si stanno realizzando. Il sindacato deve stare di più sul territorio e uscire da quei confini che non ci sono più (confini nazionali, ndr)», sottolinea il leader della Cgil.Il discorso di Epifani era proprio partito da lì, da quella dimensione "globale" che nell'intervento di Rinaldini aveva indicato in modo netto il carattere non più riformabile del liberismo moderno. Citando Lamy, da una parte, e le difficoltà del sindacato mondiale dall'altra, Epifani arriva alla conclusione che, invece, questo liberismo sta covando alcuni ripensamenti, così come sull'idea del «welfare globale». «Voglio dire a Gianni - aveva aggiunto il segretario generale della Cgil - che non ho mai pensato che ci possano essere monaci poveri e conventi ricchi perchè non è possibile, il sindacato dei lavoratori ha gli stessi problemi dei lavoratori, non altri, perchè questa è la nostra scelta».Ma è sull'accordo sui nuovi modelli contrattuali che il leader della Cgil ha fatto capire senza mezzi termini di voler puntare tutte le sue fiches. Innanzitutto, con il sostenere che l'inflazione prossima ventura sarà in gran parte di natura speculativa e quindi difficilmente arginabile con il solo recupero della produttività. Un invito a Confindustria, quindi, ad abbandonare qualsiasi velleità di attacco al contratto nazionale, perché è da lì che dovrà arrivare l'adeguamento salariale. Secondo, reclamando la restituzione fiscale e, nello stesso tempo, rispedendo al Governo i provvedimenti su Ici, straordinari e pubblico impiego. La strada che porta dall'intesa unitaria al confronto con la Marcegaglia è spianata. Certo, sarà ben lontana sia dalla "democrazia di mandato" sollevata dalla Fiom che dall'"aumento reale dei salari", posto anche da Lavoro Società. Basterà quell'accordo a qualificare una organizzazione «che vuole avere un futuro all'altezza della sua storia», come sostiene Epifani nel chiudere il suo intervento?A completare l'opera arriverà presto il consolidamento della segreteria nazionale. La situazione è ancora incerta. E anche la scelta di contrapposizione soft in questa fase da parte della Fiom e di Lavoro e Società che sul documento politico hanno scelto la via dell'astensione, è molto indicativa. «Qualsiasi scelta sarà fatta - ha affermato Epifani - sarà fatta nel principio dell'autonomia assoluta della nostra organizzazione». Dalla segreteria sono usciti Paolo Nerozzi e Achille Passoni, eletti nel Pd, e Carla Cantone, per la quale è prevista la segreteria dei pensionati Cgil.Alla conferenza di organizzazione, comunque, Paola Agnello Modica, segretaria nazionale dimissionaria, ha consumato un altro strappo dall'area di Nicola Nicolosi decidendo di votare a favore del documento finale, che è passato con 582 sì, 129 astenuti e 16 voti contrari (area 28 aprile).La cronaca della Conferenza d'organizzazione di ieri non sarebbe completa senza la brutta scena dei fischi a Giorgio Cremaschi in un momento delicato delle dichiarazioni di voto dal palco. Evidentemente alcuni settori della maggioranza si sentono talmente forti da poter espungere qualsiasi posizione avversa. Delirio dei potenti? Cremaschi ha protestato, ovviamente, e puntuali sono arrivate anche le scuse del segretario generale della Cgil.